01. aprile 2003
Del disagio del pubblico di fronte a bambini non rappresentati come innocenti e ai quali si attribuisca marcatamente un’identità (e una consapevolezza) sessuale è ben conscio l’artista austriaco Gottfried Helnwein che, soprattutto nei lavori su carta, ha creato alcune tra le più potenti e conturbanti rappresentazioni della storia dell’arte, di infanzia abusata. Ma non certo d’abuso da codice penale si tratta. Quel che viene denunciata è la manipolazione puntuale, l’introduzione forzata (The intrusion), a opera degli adulti, nel corpo sociale dell’infanzia, che viene così snaturato, svuotato di quelle naturalissime pulsioni che ci si ostina a non riconoscere, a negare. Di fronte a esse Helnwein non solo non distoglie lo sguardo, non indietreggia, ma ne cattura l’essenza, la forza, e la porge allo spettatore le cui certezze cominciano a vacillare, come avviene all’uomo in The doubting Thomas, inginocchiato di fronte alla bambina e col capo accoccolato sulle sue ginocchia in segno d’abbandono, di prostrazione assoluta. E ancora in Untitled (1993) sono messi in scena, al contempo, il riconoscimento della “fluidità”, dell’inafferrabilità infantile e la volontà di costringerle entro una fissità rassicurante. Numerosi sono anche i lavori, sia fotografici che pittorici, in cui bambine vengono rappresentate con delle fasciature che ne coprono, anche integralmente, il capo e le mani (la tattilità) tentando, attraverso la recisione sensoriale, di impedirne il contatto “immediato” col mondo, la presa sul mondo. Tentando, cioè, di ricacciare indietro quella sensualità contagiosa, incontenibile, che i sensi infantili potrebbero proiettare su di esso (cfr. Beautiful victim II e il più volte ripreso Child of light).
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